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Archivio Novembre 2006

RITORNO ALLA LIBRERIA

30 Novembre 2006 3 commenti


Erano gli uomini a tornare di solito. Non che si lamentasse, in questo caso. Ma era un?anomalia. E lui, il libraio, non credeva nelle anomalie. Non erano mai gratuite. L?anomalia nel comportamento di una Signora. Poi. E di una, come quella. Impossibile. C?era una ragione per quella comparsa. Lui ancora non la conosceva, ma presto avrebbe capito. Presto. Gli sarebbe bastato osservare la luce obliqua di quegli occhi d?indaco e la piega orgogliosa e seducente delle labbra. L?avrebbe letta. Era il suo carisma. Il suo potere. Il passare degli anni non lo aveva minimamente appannato. Era ancora uno schiavo perfetto. Solo che non poteva più appartenere. Non ad una come lei. Comunque. Lo sentiva. Quella donna stregava. Incantava come un cobra e poi colpiva. Lasciando storditi e svuotati. Annientava e Innalzava contemporaneamente. Si era Roba sua. Con buona pace di quel noioso di Verga, che mai aveva così poco amato come nel Mastro don Gesualdo?Quella donna era una Lupa invece. Ma con una scintilla di divino conficcata lì tra il buco del culo e il cuore. Era quello che la rendeva speciale.
Il libraio la osservava seminascosta da un pila di preziosi incunaboli trecenteschi, che lui avrebbe dovuto pulire e controllare pagina per pagina prima di consegnarli al collezionista che li aveva ordinati.
La donna si muoveva elegante. Lo spazio si apriva. Si animava intorno a lei. Le mani che sfogliavano le pagine di pergamena erano reverenti. Quella donna conosceva il valore delle cose. Molto bene. Si era seduta. Dio come era regale. Istintivamente regale. Stagliata contro lo sfondo di cuoio rosso dell?alto schienale della poltrona, posta accanto alla trifora decorata che illuminava il lato destro della libreria. Sorrideva di qualcosa che stava leggendo o di un suo pensiero segreto. Rilassata. Le gambe inguainate in calze di seta nera, velate, impalpabili.
Ricordi. Dannati. Maledetti ricordi. Non gli lasciavano requie. Non lo sapeva più quanti anni erano passati dall?ultima volta che una calza come quella gli aveva chiuso la bocca. Mentre l?arco di un piede, simile in tutto e per tutto a quello che ora ondeggiava languido davanti ai suoi occhi ornato da un tacco a spillo di acciaio, gli schiacciava inesorabile il cazzo. Basta. Doveva smetterla. Ora aveva una missione. Doveva capire. Poteva ancora servire. Qualsiasi cosa desiderasse. Lui l?avrebbe aiutata ad averla. Era nato per quello. Soddisfare i capricci di una Signora..
Si sentiva osservata. In modo benevolo. Uno sguardo adorante. Saggiamente adorante. Era sicuramente il libraio. Era certa di averlo stupito. Non si aspettava il suo ritorno. Ma si sentiva a casa lì. Il profumo del cuoio, la fragile e perfetta bellezza delle incisioni, le spirali aggraziate delle lettere miniate, i segreti che alcuni dei preziosi incunaboli, che il libraio custodiva, celavano. Era avvolta dalla voluttà di quel luogo. Dal mistero e dalla perversione che si celavano nei suoi angoli più nascosti. Nelle sue sale segrete. Per quello aveva dato appuntamento lì ad entrambi. Avrebbero obbedito ne era certa. Non aveva ancora deciso però. Chi avrebbe servito. Chi avrebbe offerto. Per entrambi il dolore sarebbe stato lacerante. Il piacere stordente. Bloccò con un lieve dondolio del piede destro lo sguardo del libraio su di lei. Lo ancorò in modo repentino e totale. Adorava quel vecchio uomo pieno di grazia e dignità e con una scintilla di ironica malizia nello sguardo che le faceva capire quanto dovesse essere stato abile nel servire la Signora che lo aveva scelto a suo tempo.
Il campanello della porta suonò rompendo il sensuale silenzio della stanza. Se lo aspettava. Era in anticipo. Così tipico di lui. Teneva gli occhi bassi. Era soggiogato, conquistato quanto l?altro scalpitava come il giovane puledro a cui assomigliava.
L?uomo la adorava. Aveva preso posto sullo sgabello ai suoi piedi non appena lei aveva inarcato un sopracciglio. Non era un uomo facile. Era un purosangue. Un cavallo di razza. Ma il potere di lei. La seduzione violenta e ammaliante di quelle labbra piene. La crudele dolcezza di quelle mani, che incidevano con sapiente maestria decori di sangue sulla sua pelle. Lo avevano vinto. Era suo. Appartenerle gli dava un senso e uno scopo. Illuminava il suo mondo. Colmava la sua anima. Come ora sedere ai suoi piedi. Sfiorato dalla punta gelida del suo tacco a spillo.
La donna sorrideva mentre affondava lenta ma inesorabile il tacco tra le gambe aperte dell?uomo. Lo sguardo che vagava fuori dalla finestra. In attesa. Il triangolo doveva chiudersi. E lei doveva mettersi alla prova. Capire. Già. Stava ancora sorridendo all?immagine che la sua mente andava formando quando colse lo sguardo del libraio nel riflesso dei vetri molati della bifora. Ammiccava divertito. Si voltò lentamente e lo vide. Era fermo all?ingresso della libreria. La guardava. Fiero, sfrontato, volutamente provocante. L?elasticità del suo passo la intrigava. Lo percorse con lo sguardo. Incatenando i suoi occhi. Forzandolo a guardarla mentre si faceva servire. Da un altro. Avanzava lento. Non aveva abbassato lo sguardo. I suoi occhi erano colmi di rabbia appassionata e di qualcosa d?altro, di più profondo. Il baluginio di un?emozione dolce. Si fermo alle spalle dell?uomo seduto. Un giovane lupo. Il potere vibrava dentro di lei inebriandola. Inarcò un sottile sopracciglio, che sembrava disegnato con la china, all?indirizzo del libraio che aprì una porta incisa con rune celtiche che dava su una saletta circolare, illuminata solo da candele fissate alle bianche pareti con morsi di ferro brunito. Nella sala c?era una piattaforma circolare d?ebano su cui era posto un morbido futon rosso lacca. Non guardò nessuno. Ne il maturo purosangue. Ne il giovane Lupo. Si alzò e si avviò nella sala. Certa che l?avrebbero seguita. Come del resto lo era il libraio. Anche se, le ragioni di quell?obbedienza erano limpide negli occhi del purosangue, mentre erano ancora torbide in quelle del lupo. Ma erano lì per quello. Lui lo sapeva. Loro. Beh. Loro avrebbero scoperto presto le intenzioni della Signora. E dopo indietro non sarebbe più stato possibile andare. Per nessuno. Nemmeno volendo. Ma il libraio era certo che nessuno dei due uomini avrebbe voluto. Avevano il dono. Conoscevano il valore. L?assoluta perfezione di servirLa. La porta si chiuse. La Signora era protettiva. Del resto, non sapeva che il libraio li avrebbe osservati lo stesso dallo specchio celato dietro il quadro di Tamara De Lempika, che lei adorava e che occupava la parete di destra della stanza.
Ecco aveva definito il campo. Ora li avrebbe fatti scegliere. E. Se avessero assunto naturalmente il ruolo che Lei aveva stabilito per loro. Avrebbero capito. Dolorosamente. Come era giusto. Dandole piacere. Infinito. Torbido. Perverso. Piacere. E negandoselo pur provandolo loro stessi. Non aveva dubbi sull?esito. Ma era curiosa. Si sfilò lentamente la gonna di seta e la giacca di pelle che indossava. La goupiere verde bottiglia riluceva alla fiamma delle candele. La sua pelle era del color dell?oro contro il verde del reggicalze che scivolava verso il bordo sottile della calza nera. C?erano degli anelli di ferro fissati alla parete di fronte al letto da cui pendevano delle corde nere. Li fissò. Seducente. Inesorabile. Dura. Una pantera. Selvaggia. Indomabile. Il loro posto. Quanto avrebbero impiegato a capire quale era. Passarono i minuti. Inesorabili e lentissimi. Scanditi dall?ipnotica nenia celtica, che il libraio aveva scelto come sottofondo. Alla parete a cui la piattaforma era appoggiata erano fissate due polsiere di cuoio nero. La donna le accarezzava languida. Scattarono all?unisono. Strappandole un sorriso. Il purosangue andò deciso verso la parete. Stringendosi le corde intorno ai polsi. Bloccandosi al muro. E il giovane lupo. Le porse con furia i polsi. Il cuoio morbido sembrava aspettare solo lui. Si adattò come un guanto alla sua pelle. Ecco. Ora il rito poteva essere celebrato?.. Spogliò rapida il giovane uomo mentre gli occhi dell?altro non la lasciavano un?istante. Il suo corpo era teso. Il suo cazzo svettava. La voleva. Al di là di tutto. Com?era giusto fosse. Mancava una cosa. Si alzò. Raggiunse l?uomo alla parete. Lo fece piegare in modo che la sua lingua affondasse nel calore rovente tra le cosce di lei. La sentì guizzare a fondo. Una. Due. Tre volte. Poteva bastare. Con uno strattone ai capelli lo respinse contro la parete e con un unico fluido movimento montò a cavalcioni sul giovane uomo. Accolse il suo cazzo rigido dentro il suo liquido calore. Fu una violenza. Una sofisticata. Crudele. Elegante. Violenza. Calpestò le loro anime. Ancora e ancora. Mentre cavalcava selvaggiamente uno e, guardava intensamente l?altro. Il libraio era in estasi. Ammutolito. Immobile. Come era simile all?altra. A lei. Quella che gli aveva lasciato, solo, quel quadro. Il ritratto di Lui. Dipinto da Lei.
Il piacere travolse tutti nello stesso momento. Quello deciso da Lei. Godettero come mai prima. Loro malgrado. Entrambi. Come li invidiava . E come li capiva. Distrutti ma mai così intensamente vivi. La signora intanto si era rivestita. Aveva loro sorriso. E parlato, per la prima volta da quando erano arrivati alla libreria: ?Per qualsiasi cosa potete rivolgervi al Libraio. Lui sa. E vi capirà?. A revoir?.?.
Quando il tintinnio della campanella aveva annunciato la chiusura della porta. Quella da cui lei era uscita. Il libraio aveva avuto un brivido. Faceva freddo adesso. Molto freddo. Lì. Come nella stanza delle rune. Aveva afferrato il vassoio con il whisky invecchiato e i bicchieri di cristallo baccarat ed era entrato nella stanza: ?Beviamo e poi risponderò alle vostre domande. A Tutte le vostre domande!?

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CHIAROSCURO

25 Novembre 2006 4 commenti


Scuro il mio dress code di ordinanza
Scura la notte di questa città accesa da troppe luci al neon
Scure di un colore torbido e mutevole le mie intenzioni.
Scure le infinite piccole piastrelle quadrate di quel bagno
Scuri i miei occhi mentre ti guardavano imperiosi e seducenti

STRAPPPPPPPPPPP

Le mie mutandine no non erano scure

Chiaro il tuo sguardo acceso di mille perversi riflessi
Chiara la tua voglia a cui ho negato soddisfazione
Chiare le tue mani tra le mie cosce. Violente a risalire.
Chiaro, netto, doloroso il segno delle mie unghie sul tuo collo.
Chiara la passione, cristallina esplosione di desiderio oltre il limite.

Le emozioni no non erano chiare?piuttosto rosse?non credi?

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Articolando tra il buco del culo e il cuore

22 Novembre 2006 2 commenti


Premessa

Detesto i rimpianti e rarissimamente ho rimorsi… VIVO e stop !!!!

Articolo concetti per spiegartTI
Articolo sensazioni per godertTI
Articolo decisioni per piegarTi
Articolo emozioni per avvolgerTi

Ardente
Rimescolarsi
Travolgente
Incendiarsi
Concedersi
Ora
Liminali
Opportunità

IN DIRETTA

“Come stai? Cosa provi?”

“Domanda cretina dopo che abbiamo scopato tutto il pomeriggio. Come sto è un paio di maniche, cosa provo tutto un’altro”

“Non è cretina è simpatica!!!. Comunque ci riprovo. Dopo aver scopato con me tutto il pomeriggio cosa provi?

“Emozioni che avevo dimenticato di poter provare. Sono un filo sorpresa. Ma non direi che mi dispiaccia!!!

RIEN NE VA PLUS!!!!!
Come canta Ruggeri…

Rien ne va plus
e salta la pallina in mezzo a quella grande ruota,
un solo punto verde tra il rosso e il nero,
l’incognita apparente di uno zero.

Rien ne va plus
Rien ne va plus
Rien ne va plus
Rien ne va plus

Non credo a ciò che in Francia chiamano ‘coup de foudre’:
l’amore occupa i capillari molto lento
mediando la ragione con un nuovo sentimento.

Proprio lì tra il buco del culo e il cuore… ASCOLTA !!!

dedicata

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DOPO

20 Novembre 2006 5 commenti


Mi hai fatto rabbia.
Non avrei voluto fosse così.
Non ci stava.
Non c?entrava.
Era completamente fuori contesto.
Mi detestavo per ogni singola riga
che pulsava sul dannato schermo. Insensata.
Dovevo ordinarti di tacere.
Impedire quello scontro sterile.
Entrare in casa tua e mordere la tua carne.
Violare la tua anima.
Dopo.
Con i corpi caldi.
Le pelli segnate.
Con la mente avvolta da momentanea quiete.
Dopo
Tra lenzuola aggrovigliate e tracce di sangue.
Le parole si sarebbero sciolte in sussurri.
L?ironia si sarebbe dispiegata ampia e leggera.
L?odore del sesso non avrebbe lasciato spazio a null?altro.
Dopo. Avrei potuto dirti che marcare il territorio non mi è mai interessato.
Fino ad ora. Forse.

Variazione sul tema del tango

Abbiamo mediato.
Le parole pulsano fluide ora.
Mi manca l?odore di sangue e sperma
La iena ha fame ancora

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Avrei voluto dire….

15 Novembre 2006 9 commenti


Avrei voluto dire del concierge del hotel che dopo aver letto la tua età sui documenti mi ha sorriso.

Avrei voluto dire di quei letti che si sono spostati sotto i miei colpi sulle loro ludiche rotelle mentre ti cavalcavo affondando le unghie nelle tue spalle.

Avrei voluto dire del sorriso complice e della gioia autentica che ha illuminato il tuo volto quando ti ho detto che mi piacevano le tue parole su quel foglio di carta. Che il tuo finale si adattava al mio libraio.

Avrei voluto dire di quel muro pieno di cartelloni colorati contro cui mi ha spinto nella notte quella si fredda sotto la Mole. Quel muro mi avrebbe visto fare lo stesso. Ma mi hai preceduto di una frazione di secondo.

Avrei voluto dire di quella pasticceria in cui non siamo riusciti ad andare, nonostante le precise istruzioni del taxista. E del ristorante . O meglio la locanda in cui la barbera scivola morbida sul palato e gli agnolotti si scioglievano in bocca.

Avrei voluto dire di quel massaggio al cioccolato che mi hai fatto tra cuscini bianchi , che non credo torneranno facilmente tali.

Avrei voluto dire di quei pouf di pelle nera. Perfetti per sentirti affondare dentro di me da dietro. Ho anche pensato di regalartene uno !

E invece dirò di un locale scoperto per caso. Di un?insegna lampeggiante di rosa e di azzurro nella notte tersa. Di divani di pelle rossa. E del blues che pulsava nella penombra. Di brace di sigaretta e di profumo di cognac. E di un cameriere così discreto, nel locale deserto, da eclissarsi sul retro. Dirò delle tue dita che affondano tra le mie cosce aperte. Delle mie che stringono i tuoi coglioni nudi, sotto la stoffa dei pantaloni. Del cognac che cola lento da un bocca all?altra. Del mio ginocchio a schiacciare il tuo cazzo. Dirò anche delle bocche fuse. Delle lingue intrecciate. Delle labbra morse. E del sorriso complice del taxista che ci riportava in albergo mentre le nostre pelli non riuscivano a staccarsi di un cm.

Non dirò invece della tua preghiera. Seria, violentemente seria nella sua apparente ironia. Non ne dirò perché non intendo esaudirla. E ti ho spiegato perché. Se ci sarà da pagare un prezzo. Vero. Lo pagheremo. Fa parte del gioco.

Spero ce ne sarà un?altra mi hai sussurrato nell?orecchio mentre il treno correva a 300 km all?ora verso casa?.

Farò quanto è in mio potere perché ci sia? presto!!!!

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L’ATTESA

13 Novembre 2006 3 commenti


L?attesa.
Poche ore di fatto.
Lancette che girano.
Ingranaggi che ticchettando, segnano un fluire.

Un po? leopardiana lo sono sempre stata. Sempre che, il buon Giocomo mi perdoni per la scelta epicurea e non cinica che sottende la mia versione del sabato del villaggio. Ma il pessimismo solitario e un po? misogino che gli erano propri non li sento miei. Mi piace l?attesa perché prepara all?abbandono total e al piacere realizzato

Mi piacciono le attese.
Le coltivo.
Le programmo.
Le progetto nei minimi particolari.
Scenografica messa in scena di un incontro.
Sarà puro istinto. Poi.
Ma ora.
Ora. Ragiono sulle opzioni.
Controllo le prenotazioni.
Verifico particolari.

E intanto mi proietto in quel domani, che mi pare già qui. E che, per fortuna, non lo è. Ancora. Mi crogiolo nelle attese. Sarà che solleticano il mio lato onanistico. Sarà che sono poetiche le attese. Più degli incontri. Alcune sono vibranti. Altre suadenti. Alcune scivolano sulla pelle con carezza di seta. Altre tormentato le viscere come punte acuminate di coltello. Tutte segnano. L?anima sicuramente. E il corpo. Dopo.

Sono pure le attese.
Persino quelle di una scopata.
Persino quelle di una sessione.
Puoi non definirle le attese.
Sono imprecise.
Sempre un po? sbavate.
Per quanto, tu le possa programmare. Gestire. Incasellare.

Sfuggono. Anarchica variante del fluire continum del tempo nello spazio. Dello spazio nel tempo. Mi piace l?anarchia felice delle attese. E? nella mia natura cercare di domarla. E sorridere del non esserci riuscita. E? bello condividerle ironicamente le attese. Giocare con la voglia che cresce. Il tempo che si dilata. Lo spazio amplificato.

Non che si possa fraintendere.
Il piacere pieno. Rotondo.
Sferico congiungersi di pelli e voglie.
Goduta perfezione senza spigoli.
È senz?altro un?altra cosa.

Ma il piccolo innocente e affascinante esercizio dell?attesa, seduzione di serie b, minuta variazione di provincia del desiderio, si concilia con il mio immaginifico preannunciare atti e parole. Prevedo un copione. Mi diverte pensare le battute. Creare la scenografia. Disporre gli attori. Ma poi spero che il canovaccio venga strappato. Che il protagonista si ribelli. L?imprevisto stravolga l?azione.

Anche oggi attendo.
Domani sarà palco
tra antiche pasticciere liberty
e portici di classica linearità.
Ho voglia di cioccolato fondente e arance candite. Ancora.

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LA TORTURA

10 Novembre 2006 4 commenti


L?hai sussurrato.
Ancorato al mio corpo.
Nella penombra morbida di candela.
Profumata di cioccolato e arance candite.
Il calore delle coperte a gareggiare con quello delle pelli fuse.
La tua voce si è spenta nell?eco delle melodie blues che hanno fatto nido lì.
Poi solo respiri.
Accordo melodico di fiati.
Canto e controcanto.
Non ho risposto. Non subito.
Ho affondato i denti nella tua pelle chiara.
Ho morso. Ancora. E ancora.
Sei scattato. Gemendo. Ho sorriso.
La mente ancora piena delle parole.
Pregna dei sapori.
Ho lasciato che il silenzio si prolungasse.
Poi ho allungato una mano a cercare le corde.
Erano esattamente lì. Dove avevo chiesto fossero.
Ancorate al letto. Pronte.
Le ho avvolte sui tuoi polsi fasciati di cuoio nero .
Rapida ho bloccato anche i piedi.
Sono certa che i tuoi occhi brillassero ironici sotto la benda.
La stanza si è riempita del rumore dei miei tacchi.
Quelli rossi. Si. I miei preferiti.
Ho colpito.
Colpi secchi. Improvvisi. Ravvicinati. Violenti.
Non l?avevi previsto. Ma hai retto bene la sorpresa.
Quando ho schiacciato lenta il tuo cazzo sotto il mio tacco.
Le pupille incollate ai movimenti della bottiglia. Dopo.
Entrava. Usciva. Lampo vitreo tra le cosce spalancate.
Il profumo aspro, selvaggio, del mio piacere avviluppava i tuoi sensi
La tua lingua sullo stesso collo di bottiglia. Poi. Leccava avida.
Tracce di gelatinoso piacere. La voce ti usciva a fatica. Spezzata
Ma il senso era chiaro. I tuoi occhi dicevano tutto.
?Questa è la vera tortura!?

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Il Giovane e la Libreria

6 Novembre 2006 2 commenti


Il fatto strano era che lui non amava i libri. Aveva sempre preferito sporcarsi le mani. Forse in parte perché aveva dovuto. Quando non hai scelta. Ti fai piacere la minestra che devi sorbire come fosse un risotto al tartufo. Ma quel luogo. Nascosto. Piccolo. In buona sostanza invisibile, per chi non lo cercasse esplicitamente. Quel luogo gli piaceva. Ci si sentiva a casa. Il profumo del cuoio. Quello si che gli era famigliare. Gli ricordava i suoi cavalli. Il suo piccolo laboratorio. Lassù tra le montagne. Il libraio osservava con un sorriso sornione il giovane uomo, che sfiorava con reverente stupore le brossure invecchiate dei libri di cui il suo piccolo regno era stracolmo. Gli era bastata un?occhiata. Una frazione di secondo in più del consentito. E aveva capito. Un?altra missione si preparava. Un?altra anima cercava un senso. Il fondo degli occhi di quel giovane bruciava. C?era tutto in quegli occhi trasparenti: dolore, rabbia, passione, orgoglio. Il librario in fondo lo invidiava. Avrebbe voluto anche lui avere ancora qualcosa per cui vibrare. Qualcosa che gli mangiasse le viscere. Gli mozzasse il respiro. Placasse le sue notti e tormentasse i suoi giorni. Avrebbe voluto che ci fosse ancora una Signora per lui. Una come Lei. Quella, da cui il giovane uomo stava cercando di allontanarsi. Quella, per la quale era approdato lì. Da lui.
Era inquieto. La schiena rigida. Le mani leggermente tremanti. Qualcosa lo divorava internamente. Piagava la sua anima e ossessionava la sua mente. Le Signore quelle vere fanno così. Pensava con una punta di ironica comprensione per il giovane il libraio. Ecco. Aveva trovato la scala. Il corrimano di lucido ebano. I gradini di legno coperti dalla moquette rosso carmino. Sorrideva. Ora. Al librario sembrava chiaramente di vederlo. Anche se di fatto il giovane gli dava le spalle. Sicuramente le lampade ad olio dalle elaborate volute in ferro battuto lo avevano affascinato. Aveva l?occhio dell?artista. Anche se forse ancora non lo sapeva. Scendeva sicuro. Nonostante la luce fosse fioca. Non c?era paura nel suo avanzare. Solo decisa curiosità. Si in quel giovane c?era molto di più . Più di quanto poteva apparire. Più di quanto lui stesso amasse mostrare.
Era arrivato in fondo alla scala. Davanti a lui si apriva una piccola stanza circolare. Completamente ricoperta di assi di legno scuro. Dal pavimento alle pareti. Due candelabri in argento molato spiccavano su un tavolo in lucido mogano che occupava il centro della stanza. Erano l?unica fonte luminosa in quello spazio. Una sedia dall?alto rigido schienale era collocata ad un lato del tavolo. Il cuoio scuro si accendeva di bagliori rossastri alla luce dei candelabri. Alcuni libri dai dorsi stampigliati in caratteri gotici giacevano negligentemente impilati al lato opposto del tavolo rispetto a quello in cui si trovava il giovane. E poi c?era lei. Cosa diavolo facesse lì. Come potesse sapere. Anche solo immaginare. Prevedere. Era cosa che colmava di rabbioso e ammirato stupore il giovane uomo. Era splendida. Ovviamente. I pantaloni di pelle nera fasciavano le sue gambe tornite, l?elaborata camicia bianca di seta accarezzava lieve le curve dei suoi seni orgogliosi, esaltandone la bellezza. I tacchi a spillo d?acciaio dei suoi stivali brillavano nella penombra.
Dio se era bella. Sfrontatamente audace. Decisa. Violenta. Indomabile. Accidenti a lui. Chissà cosa gli era preso, quando aveva deciso di sfidarla. Non che avesse paura. Non di lei almeno. Ma di lui. Di se stesso. Di quello che avrebbe potuto fare. Del dove sarebbe potuto arrivare. Se solo lei avesse chiesto. Invece ordinava. E la belva in lui ruggiva in risposta. Sorrideva ironica al suo ruggire. E ordinava ancora. Ad ogni ordine ignorato. I segni sulla sua pelle fiorivano.
Se n?era andato. Aveva bisogno di spazio. Di mettere distanza tra se e il profumo di lei. Inebriante. Come i suoi occhi d?onice. E quel corpo dorato. Sorseggiava un liquido ambrato in un calice di cristallo, appoggiata alla parete. Sembrava un rapace in agguato. Sorrideva. Naturalmente. Tutto in lei sorrideva. A lui. I suoi occhi. Le sue labbra. I suoi seni. Il vertice sublime delle sue cosce. Quasi la odiava, quando lo avvolgeva in quel dannato sorriso. Totale. Lo disarmava. Cercò di darsi un contegno. Anche se, istintivamente, gli venivano due reazioni contrapposte: cadere in ginocchio, affondando il volto tra quelle cosce oppure afferrala e sbatterla contro la parete incollandosi con ogni cm di pelle al suo corpo. Solo che entrambe sarebbero state per lei una vittoria.
Lei si mosse repentina. Nello spazio di un sospiro il giovane si ritrovò riverso sul tavolo con la bocca della donna che affondava nei muscoli tesi del suo collo. E i denti. Assalto ferino. Affondati nella pelle chiara. Una. Due. Tre volte. Un sospiro di rabbioso piacere lo attraversò come una scossa. Il corpo della donna si premette contro il suo. Schiacciandolo.
Le gambe intrecciate. I polsi bloccati dalle mani di lei. I suoi seni spinti insistentemente contro il suo petto. I capezzoli turgidi erano una tortura. E quelle labbra. Dio voleva morderle. Vederle sanguinare. E poi leccare lentamente il sangue.
Ma non ci sarebbe riuscito. Di questo il libraio era certo. Dal suo nascosto angolo di osservazione, dietro lo specchio molato appeso alla parete di fondo della sala, leggeva nella mente del giovane uomo riverso sul tavolo, come in uno dei suoi preziosi incunaboli. Non ci sarebbe riuscito. Ma per un solo motivo. Non voleva. La furia selvaggia. Il dominio istintivo. La bellezza avvolgente di quella iena rivestita di pizzo e cuoio nero erano le sue vere manette. Il suo guinzaglio quelli occhi di onice. Il suo collare il turgore di quella bocca dischiusa a marchiargli pelle e anima. Era suo.
Il libraio non aveva dubbi. E anche quella Signora selvaggia e charmant non ne aveva. Non poteva averne. Il suo sorriso parlava di lei. Per lei. Parlava della sua sicurezza. Del suo fascino istintivo. Della sua orgogliosa femminilità.
Li invidiava il libraio. Da solo dietro quel dannato specchio. Ridotto ad osservatore. Piccolo burattinaio da romanzo d?appendice. Li invidiava perché sapeva. La sua anima portava ancora i marchi indelebili di quel tipo di appartenenza. Riconosceva subito gli occhi di un uomo che era stato toccato dal suo stesso fato. E il giovane uomo fiero, che giaceva su quel tavolo di mogano come aveva fatto lui stesso molto molto tempo prima, aveva avuto quella sorte lieta. Apparteneva. Non lo sapeva ancora. Non era pronto ad ammetterlo meglio. Ma per il libraio era evidente. Avrebbe lottato ancora. Per la Signora. Contro la Signora. Anche. Ma invano. Lei intossicava il sua sangue. Modellava il suo corpo. E penetrava come lama acuminata la sua anima. Era febbre e medicina. Ah se lo invidiava! C?era stato un tempo che avrebbe ucciso senza rimorso per chinare il capo davanti ad una signora come lei. E lo aveva fatto. Ma questa era tutta un?altra storia. Davvero un?altra storia. Ora toccava al giovane e da come lasciava che la donna lo conducesse per mano fuori dalla stanza, su per le scale, verso la luce del giorno era pronto a scommettere che sarebbe tornato per guardarlo negli occhi e ringraziarlo. Tornavano sempre. Sempre!

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FONDENTE CRUDELE NEL MERIGGIO

3 Novembre 2006 5 commenti


FONDENTE

Preferisco l?amaro
La purezza perfetta del gusto pieno
Intensa declinazione di piacere lussurioso

CRUDELE

Il teatro lo è a volte
La vita lo è quasi sempre
Il piacere lo è magicamente in pochi istanti

FONDENTE

Scioglievolezza del sentire animale
Eleganza istintiva della lotta
Dolce arrendersi all?oblio. Dopo.

CRUDELE

Mi interessa la verità del sentire
Poco m?importa della verità dei fatti
Passeggiamo sorridenti nel parco del verosimile

FONDENTE

C?è metodo nella mia pazzia
Spero ci sia anche divertita autoironia.
Nel fondersi trovo un senso. Requie. Persino.

CRUDELE

Divertente esercizio di stile la crudeltà
Rapportarsi essenziale, istintivo. Da belve.
Differente intensità del ferire. Parole. Morsi.

FONDENTE CRUDELE

Pomeriggio terso in interno. Lume di candela.
Aroma di cannella. Robusto gusto di cacao. Amaro.
Non credo riuscirai più a farlo?Ammicchi malizioso
Sorrido guardandoti negli occhi. Sposto il livello del tormento.
Crudele. La variazione del gioco. In corso. Sublime. Anche.
Originale versione di melodia nota. Condivisa. Sopravvivere. Un?arte.

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